
"Orin disse che gli piaceva il fatto che in campo non riusciva letteralmente a sentirsi pensare, forse era un luogo comune, ma lui in campo si sentiva trasformato, il suo io trasceso come non gli era mai capitato sul campo da tennis, un senso di presenza nel cielo, il suono congregazionale della folla, il climax che faceva tremare lo stadio quando la palla saliva in un arco di cattedrale e sembrava non voler ridiscendere mai..." pp. 353-354
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Grazie a Orin possiamo, nel romanzo, analizzare un'altra componente fondamentale legata allo sport, ovvero quella semi-religiosità con cui Davide Foster Wallace narra le gesta di un giocatore di football, quasi come se stesse tessendo le lodi di un re. Lo sport arriva quindi a sostituire l'esperienza religiosa nel libro, così come nella vita dell'autore, come si evince dalla sua pubblicazione di "Il tennis come esperienza religiosa".

